L'Alto Monferrato: Ovada ed Acqui Terme

I Comuni dell'Acquese

Acqui Terme, la chiesa di San Guido

Acqui Terme

Acqui Terme è un comune della provincia di Alessandria situato nella zona sud-orientale del Monferrato è bagnato sulla sponda destra dal fiume Bormida. Acqui Terme fù distrutta dal console Marco Popilio nel 173 a.C. divenne poi insediamento romano,la sua importanza economica ebbe inizio solo a partire dal 109 quando fù costruita la via Aemilia Scaurii, ma soprattutto grazie alle sue terme considerate tra le migliori dell'impero. Con la fine dell'Impero romano Acqui soffrì un lungo periodo di decadenza. Conquistata in seguito dai Longobardi entrò a far parte del ducato di Asti. A partire dal 978 governata dal Vescovo Guido cominciarono la costruzione della cattedrale e la fortificazione con la prima cinta muraria. Divenuto libero comune dal 1135, fù mira dei Marchesi di Ponzone ma soprattutto dei Marchesi di Monferrato. Acqui seguì così le sorti del Monferrato fino all'annessione dei Savoia. Dal punto di vista gastronomico Acqui Terme si distingue per i suoi amaretti e per i caratteristici baci acquesi, oltre che per tartufi e funghi da gustare con gli ottimi vini locali tra iquale ricordiamo il Braghetto D.O.C. è un vino da dessert rosso frizzante, Moscato D.O.C. un vino da dessert bianco frizzante, ma anche altri vini come il Dolcetto e il Barbera.



Morbello, la chiesetta di Santa Anastasia

Morbello

Morbello si trova a circa 570 metri sul livello del mare. L’aspetto del territorio è collinare, quasi totalmente ricoperto da boschi di castagni e querce. E’ una zona ricca di acque affioranti ma ancora di più sotterranee. Il paese è distribuito principalmente in tre graziose frazioni disposte a poca distanza l’una dall’altra (Piazza, Vallosi, Costa).
Il clima è particolarmente felice perché Morbello gode di un’ottima esposizione. Sul Monte Laione possiamo ammirare la maestosa quercia: la sua chioma si espande liberamente in tutte le direzioni ed assume una forma proporzionata e quasi perfetta. Morbello inoltre è caratterizzato da una rigogliosa vegetazione ed i suoi boschi sono particolarmente generosi di funghi specie porcini ed ovuli dal sapore intenso. Importante prodotto del piccolo paese è anche la castagna che permette lo svolgimento della famosa “Castagnata” ogni terza domenica di ottobre.
Spostando l’attenzione poi sulla fauna, giungendo a Morbello possiamo immediatamente notare la presenza di innumerevoli caprioli, volpi, tassi, faine, scoiattoli, donnole, ghiri, arvicole e soprattutto cinghiali. Da tenere presente che in agosto si svolge la “Sagra del Cinghiale” che attrae molteplici amanti di questa prelibata carne. Per quel che riguarda i volatili troviamo poiane, gheppi, starne, fagiani, cuculi, ghiandaie, cinciallegre, picchi. Grazie alla presenza di alcune aziende locali, Morbello offre anche un ottimo vino.
Morbello è il paese giusto per coloro che a piedi, a cavallo o in mountain-bike vogliono percorrere sentieri e carrarecce una volta utilizzati dei contadini ed oggi recuperati e riproposti a vantaggio di chi sappia apprezzare le numerose attività naturali dei luoghi attraversati.



Grognardo, la chiesa di San Felice

Grognardo

Il nome del paese è citato per la prima volta nell'atto di fondazione e donazione dell'Abbazia di S.Quintino in Spigno (anno 991) con il toponimo di Ragnando. Grognardo è dominato dall'alto dai ruderi dell'antico Castello millenario. Si ha notizia che nel Cinquecento, attorno all'edificio fortificato, un agglomerato di case unite le une alle altre intervallate da tre porte, permetteva, in caso di pericolo, un'agevole difesa del borgo e dei suoi abitanti. Nell'undicesimo secolo, S.Guido, Vescovo di Acqui fece costruire la prima chiesa, S.Felice (foto), una pieve eretta per affermare il cristianesimo nelle campagne. Grognardo, nato probabilmente per motivi difensivi sulla collina denominata Poggio, in epoca rinascimentale, in virtù della posizione assai propizia per il commercio, ha visto il fiorire dell'attuale insediamento citato in diversi atti notarili come Villa del Piano.



Visone, la torre

Visone

Visone condivide le stesse origini della gran parte dei comuni che appartengono oggi alla provincia di Alessandria: questi territori furono frequentati in epoca preromana e postglaciale da diverse popolazioni di origine ligure, divise in tribù, prevalentemente dedite all’agricoltura e alla caccia.
L’arrivo dell’Impero Romano in zona, tra il II e il I sec. A.C., non stravolse la vocazione agricola che queste terre avevano, e anzi la incentivò con la fondazione di un gran numero di piccole colonie che facevano dell’attività di coltivazione il loro principale motivo d’essere.
Alla caduta dell’Impero, queste zone andarono soggette a scorribande e stanziamenti seminomadi da parte dei Longobardi, il cui dominio traghettò la zona fino alle porte del Medioevo.
E' la patria di uno dei torroni più rinomati di tutto il nord Italia.



Prasco, il castello

Prasco

Prasco è un suggestivo borgo dell'Alto Monferrato. Il nucleo abitato, originariamente ubicato nel fondo valle, in prossimità della zona attualmente occupata dal cimitero, all'interno del quale si osserva la medievale chiesetta romanica, in epoca feudale si è raccolto intorno al castello medievale, manufatto architettonico risalente al XII secolo, che ha aderito al progetto “castelli aperti” ed è visitabile la prima e la terza domenica di ogni mese nel periodo estivo.
Prasco è diventato così una tappa d'obbligo dell'itinerario turistico-culturale promosso dalle provincie di Alessandria, Asti e Cuneo.
A Prasco si può visitare anche il Giardino botanico di casa dei Mandorli in località Mongiut dove si possono ammirare varie aree botaniche a tema dedicate alla flora mediterranea, alle piante aromatiche, agli arbusti, alle rose e ad altre particolari specie.
Di un certo interesse sono anche la Cappella di San Rocco, la chiesetta campestre di Sant'Antonio e la chiesetta di San Defendente costruita in Orbregno che è la borgata più significativa del comune di Prasco.
L'ultimo week-end di luglio, in occasione della festa patronale, si svolge la tradizionale sagra con stand gastronomici, spettacoli musicali e rassegna dei prodotti tipici del Monferrato.
Prasco si trova nell’area di produzione del pregiato Dolcetto d’Ovada D.O.C.



Morsasco, il castello

Morsasco

I Gonzaga, i Pallavicino, i Malaspina, i Centurione, i nomi delle nobili e potenti famiglie che hanno lasciato il segno a Morsasco sono gli stessi di molti altri comuni limitrofi, perché la storia fu fatta da una cerchia ristretta di casate, alcune piemontesi, altre liguri, alcune addirittura lombarde, che si spartirono e il territorio, se lo scambiarono, se lo contesero, vista la fertilità dei suoi campi e la posizione centrale tra Alessandria, Genova e Milano. Di quell’epoca rimane traccia nel superbo maniero probabilmente del XII secolo, inserito fra i "Castelli Aperti", dalla cui torre era possibile controllare la vastissima zona che va dalle colline di Acqui ad Ovest sin oltre Alessandria ad Est, e dal massiccio del Monte Rosa a Nord sino all'Appennino Ligure a Sud.
L’ abitato, dominato dal castello, si erge su di una collina da cui si gode una vista di Acqui e su parte della valle Bormida.



Orsara Bormida, il castello

Orsara Bormida

(di Egidia Pastorino) Il mio paese, quello in cui la mia gente decise, in un certo momento, di mettere radici, è un villlaggio collinare dell' Alto Monferrato. [...]
Il primo punto di incontro con il paese, per chi arrivava con il tram a cavalli (e, oggi, in auto o in corriera), era ed è rappresentato dal San Bastiano, in via di restauro. La chiesetta, dedicata al Santo (che ha ispirato Beppe Ricci per un'opera pittorica di grande pathos) è situata, infatti, proprio all'incrocio tra la via Longa (a cui, in quel punto, si congiunge la Montà), il Borghetto, la strada principale (detta, tout-court, "il Paese") e la strada che mena, attraverso la Costa, al monte Atsetto, una collinetta un po' rialzata, che domina il Rovanello. [...]
Sulla cima della collina sta uno dei più antichi e meglio conservati castelli medievali del Monferrato, opportunamente restaurato ed ampliato, in successive epoche, con l'aggiunta di un'ala che, se ne ha alterato l'essenziale altéra eleganza originaria, lo ha reso, però, più maestoso alla vista di chi si trova a passare per la Piana e spingendo lo sguardo in alto, verso il cielo, lo vede ergersi sulla rocca. [...]
Tutto intorno al paese un tempo verdeggiavano i boschi; poi, essi lasciarono il posto a composti e dritti filari di vigneti; domani, chissà, per carenza di manodopera contadina, torneranno i boschi e, forse, gli orsi, da cui il paese ha derivato, in parte, il proprio nome, Orsara. L'altra parte del nome è dovuta al fiume, la Bormida, che scorre giù, nella piana ampia e ben lavorata, là dove hanno termine i passaggi sotterranei del Castello.
Un tempo, nelle acque limpide, si pescavano la trota e il barbo, sulle isolette coperte di canneti nidificavano le anitre selvatiche, si fermavano a riposare gli uccelli di passo. Questo incanto, oggi, non c'è più. Tuttavia, ad Orsara si vedono, guardando verso la Moglia e le Cascine, gli arcobaleni più belli quando è cessata la pioggia e si spande nell'aria il buon profumo di terra bagnata.



Strevi, chiesa di San Michele

Strevi

Lo storico strevese Italo Scovazzi, sostiene che il primo agglomerato urbano di Strevi risale all'epoca romana e trae il nome da "Septem­viri" (un importante collegio sacerdotale romano). Tesi accettabile se si prende in considerazione la posizione del Borgo Inferiore in prossimità della via Emilia Scauri, strada che nel I° secolo A.C. congiungeva Vado Ligure a Tortona. Più romantica, invece, anche se meno attendibile, la versione sostenuta nel 1700 dal poeta tedesco Hans Bart. il quale riteneva che il paese fosse stato fondato da sette fratelli amanti del vino da cui "Septem Ebrii". In ogni caso, la prima citazione ufficiale di Strevi "Septevro" la troviamo sulla Charta di fondazione dell'Abbazia di S. Quintino di Spigno M.to del 991. Pare che solo successivamente a tale data, e per motivi di sicurezza, gli strevesi si siano arroccati nel Borgo Superiore, costruendovi il castello.
Come emerge dagli studi risalenti al 400, la comunità in quel periodo viveva prevalentemente all'interno delle mura ed era governata dal Castellano e da tre consiglieri. La storia trascorre, poi, più o meno anonima fino al 1779, in epoca napoleonica, quando gli strevesi insorsero contro i francesi, conquistando temporaneamente la città di Acqui Terme e prendondo in ostaggio il Vescovo.
Oggi, il comune di Strevi, che ha recentemente ottenuto la candidatura per l'inserimento da parte dell'Unesco tra i territori di pregio mondiale, mette a disposizione dei visitatori il castello che, dopo aver subito nel corso dei secoli alcune modifiche strutturali, racchiude ancora il grande scalone e l'imponente camino dei conti Valperga. Degna di nota anche la chiesa parrocchiale, al cui interno si trova un'abside fatta costruire, in passato, come bastione difensivo. All'interno della chiesa, ristrutturata ed impreziosita dall'architetto Caschi e dal pittore Ivaldi di Ponzone detto "il muto", si può inoltre ammirare una stupenda riproduzione del San Michele Arcangelo di Guido Reni.



I Comuni dell'Ovadese

Ovada, panorama e chiesa di Nostra Signora Assunta

Ovada

Le origini di Ovada risalgono ai tempi dei Romani. Già esisteva come piccolo villaggio ma molto importante poiché si trovava alla confluenza dei torrenti Orba e Stura e rappresentava un guado obbligato sulle strade che allora dal mare portavano alla pianura padana, come indicato dal suo nome di allora “Vada” o “Vadum”. Nel 967 d.C. Ottone I la donò al Marchese Aleramo.
In seguito di proprietà dei Marchesi di Gavi e dei Marchesi Del Bosco pervenne poi ai Malaspina che, nel 1277, la vendettero alla Repubblica di Genova.
Ovada seguì le sorti della Repubblica di Genova, con esclusione di un periodo di pochi anni durante i quali fu sotto il dominio dei Duchi di Milano, fino al 1814 quando, a seguito del Congresso di Vienna, passò sotto la sovranità del Regno di Sardegna.
Nella la tipica disposizione delle case e dei 'carrugi' con colori solari anche se sbiaditi dal tempo del centro storico si percepisce l’influenza della Repubblica di Genova.
Sulle colline che la circondano è coltivata la vite da cui si produce il Dolcetto di Ovada D.O.C. In passato l'economia era basata sull'agricoltura e sull'allevamento dei bachi da seta che, soprattutto nell'800, era divenuta una delle principali attività. Il paesaggio ed il clima dolce ne fanno meta preferita per il turismo e la villeggiatura, soprattutto nei mesi estivi.



Molare, panorama

Molare

A chi percorre da est verso ovest la Statale N° 456 detta del Turchino, che collega Genova ad Acqui Terme, sorpassata la piana di Ovada, prima che la strada prenda a salire verso il passo del Cremolino, si offre lo spettacolo di un agglomerato di case arroccate su di un poggio. Molare è sorto, come tanti altri borghi della zona, all'ombra di un castello.
Il nome di Molare ha una etimologia assai controversa. La più accreditata, riportata dal Casalis, ritiene il nome di Molare derivato da "saxa molaria", cioè da una cava di pietre da macina esistente nella vicina depressione del rio Fontana.
I marchesi del Bosco furono i primi signori di Molare. All'ombra del loro castello verso il 1250, per ragioni di maggior sicurezza si addensò la maggior parte della popolazione delle campagne, ossia l'antichissimo borgo di Cerriato e di Campale. In seguito, avendo Agnese, figlia ed unica erede di Guglielmo, marchese del Bosco, ramo alermico, sposato Federico dei marchesi Malaspina di Gavi, gli portava in dote metà delle terre di Molare, Cremolino, Cassinelle, Morbello.
Tomaso Malaspina, figlio di Agnese, si fece costruire un castello con attigua torre e vi stabilì la sua residenza. Nel 1278 Isnardo Malaspina, succeduto a Tomaso, portò la sua residenza in Cremolino e nel 1327 emanò gli Statuti che regolarono le vicende della comunità di Molare fino al 1467, anno in cui si estinse la Signoria dei Malaspina di Cremolino e la comunità di Molare si diede in balia dei marchesi del Monferrato, dai quali ottenne particolari concessioni di autonomia.
Dell'antico castello, dimora dei marchesi del Bosco, Malaspina e Spinola, come pure della torre e della porta detta del Ponte, non rimane più alcuna traccia.
Del Comune fanno parte le frazioni di Battagliosi-Albareto, del Santuario Madonna delle Rocche-Terio, di San luca e di Olbicella.
Un tempo la maggiore risorsa del paese consisteva nella coltivazione della vite, la quale domina ancora oggi incontrastata sulle colline poste a ridosso dell'abitato e famose per il dolcetto.



Cassinelle, la chiesa di San Defendente

Cassinelle

Nei secoli passati Cassinelle aveva confini molto più estesi rispetto a quelli attuali, comprendendo tutta l'Alta Valle Orba, fino ad Olbicella, passata al Comune di Molare nel 1922. La sua storia, ricca di eventi e fatti curiosi, è una testimonianza di come questo borgo fosse già molto attivo nei secoli passati. Per questo fatto il vescovo d'Acqui li scomunicò quali violatori delle immunità del clero, la scomunica comportò la privazione del diritto di commercio con la conseguente crisi economica del paese; il Duca allora dispensò il comune dalle contribuzioni di un anno e diminuì le tasse in generale.
Molti anni dopo gli uomini di Tiglieto battagliavano con quelli dell'Olbicella, frazione di Cassinelle, per la regione detta Piandelfò, di cui si disputavano l'uso e le proprietà con uccisioni, rapine, rappresaglie e non senza indiretto intervento dei rispettivi Governi. Finalmente il Re di Sardegna che, pel trattato di Vienna del 1702, era venuto in possesso del Monferrato, convenne con la Repubblica di Genova di cessare le scandalose questioni. Durante la guerra per la successione d'Austria (1742-1749) Cassinelle venne occupato dalle truppe Franco-Spagnuole, che vi stabilirono il loro centro di operazioni per molestare gli austriaci accampati a Rossiglione.
Cassinelle appartenne anche, come feudo, ai Gentili di Genova ed agli Spinola di Lerma. I ruderi dell'antico castello e delle mura di questo borgo, che sorge su un poggio circondato da colline a mezzogiorno d'Acqui, rasi al suolo verso il 1830, erano sicuri indizi che il luogo fu nel medioevo validamente fortificato.
Enrico VI, nel 1187, confermò al Monastero di Santa Maria di Tiglieto i beni che questa celebre abbazia possedeva in Cassinelle; allora il paese dipendeva politicamente dai sottorami alleramici dei marchesi di Uxecio e dai marchesi di Bosco. Nel 1218 passò ai Genovesi che nel 1224 lo davano in feudo ad Ottone marchese del Bosco. Più tardi un Enrico discendente di Ottone lo cedette per metà alla figlia Umerriera sposa al consaguigno di Ponzone; ma i Genovesi, debellati i detti marchesi, lo diedero nel 1277 ai Malaspina di Cremolino. I Malaspina continuarono, però, a riconoscere l'alto dominio della Repubblica, che spesse volte rinnovava ed impediva le usurpazioni che i membri più prepotenti e più scaltri della famiglia pretendevano di esercitare a danno dei fratelli e nipoti. Sono notevoli le sentenze che i feudatari pronunciarono nel castello di Cremolino per le eterne questioni di pascolo fra gli uomini di Cassinelle e Morbello, esse portano le date del 1284, 1316,1342 e sono registrate dal Moriondo nei Monunenta Acquensia.
Tommaso Malaspina tentò nel 1417 di sottrarsi alla signoria di Genova, prendendo parte ai moti contro il Doge Tommaso Fregoso; ma fu arrestato e Cassinelle venne occupata dalle truppe comandate dal fratello Gian Battista; e non fu rilasciato fino a quando, nel 1419, pel trattato tra la Repubblica e Filippo Maria Visconti, il luogo venne restituito al marchese del Monferrato Gian Giacomo.
Come quasi tutti i paesi del Monferrato, Cassinelle venne occupato nel 1431 dalle armi di Francesco Sforza, e poi restituito alla pace del 1435, finché passo al Duca di Mantova nel 1535 per la nota sentenza di Carlo V che dichiarò quel Principe erede della stirpe Paleologa. Nel 1699 il Duca di Mantova, trovandosi in gravi strettezze, sottopose i suoi sudditi ad un'imposta straordinaria. I Consiglieri di Cassinelle, non avendo più altro mezzo di raccogliere denaro, dovettero porre tasse anche sugli ecclesiastici, atto di grande coraggio per quei tempi.
Su San Defendente e sull'arrivo delle sue spoglie a Cassinelle, esiste una leggenda.
Il suo corpo fu donato al paese dal Capitanp Giuseppe Maria Scaiola - devoto del Santo e nativo di Cassinelle - il quale diede incarico all'abate Don Emanuele Tornielli di Molare di consegnarlo alla comunità cassinellese e ad un certo Antonio Lanza, anch'egli nativo del luogo, di trasportarlo. Giunto il corpo a Voltri, però, il Lanza non poté assolvere al compito assegnatogli e furono dei portuali ad accollarsi l'incarico. Questi ultimi, però, non pratici del tragitto, si persero e giunsero a Molare. Qui gli abitanti li indirizzarono verso la loro chiesa ma - ed è qui il prodigio - l'urna si appesantì a tal punto da non poterla più muovere. Spaventati da quanto accadeva gli stessi che volevano trattenere il corpo del Santo indicarono la strada per Cassinelle, dove il corpo giunse senza altre difficoltà.



Cremolino, il castello

Cremolino

Il nome Cremolino deriva forse dal termine "Curtis-Maurina", antico nome romano. Di particolare interesse è l'architettonico castello (sec. XIII), la porta di accesso all'antico borgo medievale, l'ex Convento Carmelitano (sec XV), le Chiese romaniche della Bruceta e di S. Agata e la Chiesa parrocchiale.
Il castello, recentemente restaurato, sembra risalire, nella sua parte più antica, al sec. XI. Nato come punto di avvistamento e difesa, ha sempre conservato, nella sua pregevole architettura, questa caratteristica ed è considerato, nel suo genere, uno dei più pregevoli dell'Alto Monferrato. Al borgo si accede attraverso l'Antica Porta Maggiore, dove sono ancora visibili i segni del ponte di accesso, anticamente denominato "ponte sottano", presente però all'entrata nord, dove non è rimasto alcun segno della porta di accesso.
Sembra, secondo quanto tramanda G. Gaino, che sul ponte sottano fosse scolpito lo stemma della Comunità: un leone in piedi che per le zampe tiene un ramo spinoso (G. Gaino : Cremolino nella storia – Asti, 1941).
Sono presenti comunque segni della prima cerchia di mura (forse risalente al sec. X), più piccola e adiacente il castello, fatta ricostruire, nel 1260 da Tommaso Malaspina, a difesa del borgo e del castello; restano anche i segni di una precedente porta, detta "Porta del Rampino", fatta demolire arbitrariamente nel 1834 da un certo G.B. Barletti, allora sindaco del paese.



Trisobbio, il castello

Trisobbio

La collocazione dell'insediamento di Trisobbio è molto particolare, in quanto risulta al centro di un organismo territoriale fittamente insediato, compreso tra i corsi dell’Orba e dalla Bormida e la linea ideale Ovada-Acqui Terme.
Dal punto di vista insediativo, Trisobbio è un tipico insediamento di crinale: non solo, è il tipo urbano più particolare che si possa trovare sul crinale. Il suo impianto urbano è infatti “avvolgente”, diverso però dai pochi altri tipologicamente affini riscontrabili nell’immediato dintorno come Cavatore, Denice e Alice Bel Colle. Ha infatti una struttura tripartita concentrica: l’anello superiore, al vertice della collina, è occupato dal castello, da cui si snoda, in cerchi concentrici, l’abitato disposto in modo compatto e quasi ordinato.
Questa centralità all’interno di un territorio quasi certamente può essere collegabile alla strutturazione civile del mondo preromano, cioè nell’epoca dei castellari liguri, che si ponevano come presidi polarizzati del territorio e che in condizione di “relativa calma” in periodo barbarico, hanno potuto mantenersi e anzi, svilupparsi appieno in seguito, in epoca medievale.



Montaldo Bormida, panorama

Montaldo Bormida

Montaldo Bormida è un centro agricolo dell’alto Monferrato sui contrafforti collinari compresi fra le valli della Bormida e dell’Orba, la coltura prevalente è quella della vite. Domina dalla sommità di un colle la riva sinistra del torrente Stanavazzo ed è attraversato dalla strada che congiunge Rivalta Bormida a Carpeneto. Sulla stessa dorsale collinare sorgono i nuclei di Scapitta, Albareto e Bartameloni. Il Comune di Montaldo Bormida comprende anche la Frazione Gaggina ed i Nuclei Abitati di Selvaggia e Baretta.
Occorre attendere fino al 1164 per trovare, in un diploma della cancelleria imperiale, l’espressione “Ambo Carpineta” con la quale venivano indicati sia il sito dell’attuale Carpeneto, sia quello di Montaldo, al momento meno importante del primo, tanto da non possedere ancora un nome autonomo.
Lo stesso fenomeno è ravvisabile ancora alla fine del XII ed inizio XIII secolo quando il marchese Bonifacio di Monferrato chiedeva ad Alessandria la restituzione di Sezzadio, di S. Salvatore e “Utriusque Carpaneti”. Il 21 agosto del 1203 Bonifacio firma un patto con gli alessandrini, ai quali accorda varie concessioni, tra le quali la metà della località “Utriusque Carpaneti”. La cerimonia di investitura avviene il 17 settembre sia a Carpeneto che a Montaldo (detto Carpeneto inferiore).
Montaldo viene citato espressamente, secondo il Rossi, nel 1348 in un atto stipulato tra gli alessandrini e Luchino Visconti; in quest’epoca il luogo di Montaldo risulta occupato dal marchese Tommaso Malaspina.
Tra la metà del ‘300 e l’inizio del ‘500 si era fatta molto attiva la presenza milanese, che si inseriva nel delicato equilibrio creatosi tra il marchesato del Monferrato, la Repubblica di Genova ed i così detti feudi imperiali (connessi, questi ultimi, ad infeudazioni dirette da parte imperiale fin dai tempi del Barbarossa). In seguito il paese di Montaldo ritornerà sotto la giurisdizione di Alessandria.
E' con decreto del Re d’Italia Vittorio Emanuele II in data 01 febbraio 1863 che il Comune di Montaldo fu autorizzato ad assumere la denominazione di Montaldo Bormida.
A Montaldo c’era un castello circondato da mura con circostante fossato; l’accesso era ad est, a mezzo di un ponte levatoio. Verso ovest invece era difeso da un pendio molto scosceso. Distrutto probabilmente nel XVI secolo, i suoi ruderi furono più tardi usati per costruire la chiesa parrocchiale. Unico avanzo delle antiche mura e delle opere di difesa è un mastio che ancora oggi guarda la zona di terreno dove esisteva un fossato, trasformato ora in campo da gioco per il tamburello.
Oltre al mastio esistono oggi solo alcuni toponimi che ricordano l’antica fortezza quali “il ponte”, dove esisteva il ponte levatoio (oggi Piazza Gollo), la via Sottocastello (oggi Via Aldo Moro già via Sottocastello) ed il nome “fossato” dato ad un pozzo, ora chiuso, presso il campo da gioco di tamburello.
L’attuale chiesa parrocchiale di Montaldo Bormida, intitolata a San Michele Arcangelo ed alla Madonna del Rosario, venne costruita nel 1686 utilizzando il materiale di recupero della demolizione del castello.Tra gli arredi più rimarchevoli un Cristo morto di antica fattura, che veniva portato nella processione del Venerdì Santo,ed un affresco del 1857 intitolato “Natività” dipinta da Pietro Ivaldi di Ponzone detto “il Muto”. Della primitiva chiesa, di origine assai più antica ed edificata all’interno del castrum, rimangono alcuni resti inglobati nell’attuale casa canonica, che rimandano alla cultura romanica.
Un ulteriore edificio religioso, dedicato a San Rocco ed alla SS. Annunziata, è collocato all’interno del borgo, nel sito del castello, in una pittoresca cornice di edifici medioevali.
I principali vini prodotti sono il Dolcetto di Ovada, il Barbera del Monferrato ed il Cortese dell’Alto Monferrato.



Carpeneto, panorama

Carpeneto

Tratto dalla pubblicazione "Per una storia di Carpeneto"a cura di Diego Moreno e Silvio Spanò
Gli storici fanno risalire il "Castrum Carpani" (da cui Carpeneto) all’antica postazione strategico – militare con il compito di stationes, o luoghi di fermata, fra i due rami della via Emilia che da Derthona (l’attuale Tortona) e da Aquae Statiellae (l’attuale Acqui Terme) portavano a Genova. In epoca più tarda, l’Ordine dei Benedettini fondò abbazie sparse sul territorio. Una di queste, quella di Sezzè (l’attuale Sezzadio) possedeva una chiesa e beni patrimoniali anche in territorio di Carpeneto. I Saraceni, con le loro incursioni, si spinsero nelle vallate liguri – piemontesi e nell’anno 999 distrussero il convento di S. Donino, ubicato nell’attuale Tenuta Magnona. I contadini che vivevano nei pressi del convento, dopo l’incursione, fuggirono e stabilirono il loro insediamento sull’altura vicina, più sicura e lontana dai passaggi dei predoni, l’attuale frazione Madonna della Villa. La citazione storica di questi eventi si trova in un documento in lingua latina in cui, Anselmo di Monferrato, autorizza la fondazione dell’Abbazia di Spigno (999) a seguito della distruzione dell’Abbazia di Giusvalla operata dai Saraceni nel 990. Lotario Re d’Italia, nel 945 diede Castrum Carpani in feudo ad Aleramo, marchese del Monferrato. La torre del Castello, riattata all’inizio del 1900, è anteriore al X secolo. Nel Castrum erano custodite macchine da guerra e vi era di stanza un presidio militare. La fortezza si erigeva sulla sommità della collina , difesa da fossati, coperti alla fine del 1800. Una parte fortificata da cinta in muratura, tuttora esistente, era destinata al Castellano; l'altra, sopra un dirupo, era detta Receptum (in dialetto locale "arsett"), luogo franco e immune, a protezione dei perseguitati politici. Sotto il Receptum si trovava il Palazzo Comunale, dove si trova l’attuale Municipio, con uffici e proprie prigioni. Nel Castello si possono vedere tuttora le strutture del ponte levatoio, le sale d’armi ed i locali di stanza per le guarnigioni, le prigioni ed i cunicoli sotterranei che celano trabocchetti profondi oltre 40 metri.



Rocca Grimalda, il castello

Rocca Grimalda

L'abitato, di caratteristico impianto medioevale, sorge sulla sommità di uno sperone roccioso che domina la riva sinistra dell'Orba ed è raggiungibile grazie ad una strada che percorre un esiguo crinale. Dalla sommità del paese si domina ogni via di comunicazione, oggi come nel passato, fra l'Oltregiogo ovadese e la pianura alessandrina, mentre lo sguardo spazia dalle ultime propaggini appenniniche alle colline monferrine. Inevitabile che il paese sia stato oggetto per secoli di contese militari ed economiche e abbia ricoperto funzioni difensive e di controllo.
Le origini sono incerte e si perdono nella leggenda: sporadici ritrovamenti archeologici, riferimenti cartografici e il tracciato di una antica via farebbero risalire i primi insediamenti alla presenza di popolazioni liguri in epoca pre-romana. I reperti più antichi furono ritrovati attorna agli anni '30 e '40 nella piana lungo l'Orba, tra le località San Carlo e Schierano. Si trattava di mattoni, tegole, vasi, databili tra il terzo e il primo secolo avanti Cristo, oltre ai resti di sepolture, oggi in gran parte dispersi, databili all'epoca preistorica.
I primi riferimenti scritti risalgono all'alto Medioevo: nel 963 Rocca Grimalda rientrò fra i territori concessi dall'imperatore Ottone ai marchesi aleramici del Monferrato. Recenti studi archeologici hanno dimostrato l'esistenza di un antico insediamento fortificato nella località detta Trionzo, verso Carpeneto. Si tratterebbe di ruderi di un castello alto-medioevale parzialmente scavato nella roccia tufacea: il sito rivestiva nell'antichità notevole importanza.
Nel 1164 Rocca Grimalda fu concessa in feudo a Guglielmo del Monferrato dall'imperatore Federico I detto il Barbarossa. Durante il XIII secolo, per esigenze economiche, fu data in pegno con la relativa investitura feudale ai marchesi di Gavi e, dopo alterne vicende e contese tra il Monferrato e Alessandria, passò ai genovesi. Questi ne investirono i Malaspina, sotto il cui dominio Rocca Grimalda attraversò un periodo particolarmente cupo e travagliato. Per un breve periodo fu un libero comune e stabilì un'alleanza con Alessandria, dividendone le vicende storiche. Nel 1355, detta Rocca Val d'Orba, fu nuovamente concessa ai marchesi del Monferrato e, in seguito all'occupazione dei milanesi, fu assegnata nel 1440 da Filippo Maria Visconti a Galeazzo Trotti.
I Trotti, famiglia di capitani di ventura, dopo alterne vicende che li videro spodestati e reinvestiti del feudo, lo vendettero definitivamente ai Grimaldi, patrizi genovesi, che dominarono il paese fino ai primi del XIX secolo. Anche sotto i nuovi feudatari il paese non fu indenne da lotte e occupazioni militari: particolarmente dura fu l'occupazione francese del 1650 che comportò la distruzione di gran parte della cinta muraria difensiva. Ancora durante la guerra di successione austriaca del XVIII secolo, truppe austriache, spagnole e francesi si dettero battaglia per il possesso della rocca.
Dal 1736 Rocca Grimalda entrò nell'orbita del Regno di Sardegna e divise da allora le sorti del Piemonte sotto il dominio dei Savoia. Il passato così burrascoso e ricco di avvenimenti sociali, ha temprato e modellato l'animo dei rocchesi e si riflette in quella che è la tradizione più antica e significativa del paese: la Lachera, danza popolare tramandata di generazione in generazione dal XIII secolo e che ancora oggi viene ballata in occasione del carnevale.



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